Com’era prevedibile, e forse anche nelle intenzioni, la luminaria di via Alloro a Palermo dell’artista Fabrizio Cicero ha fatto discutere. Anzi, è riuscita persino a fare “indignare”, cosa ben diversa: ad esempio la consigliera comunale Sabrina Figuccia (FI) che, all’indomani dall’istallazione, si è sferrata contro con comunicati stampa e chiedendo “conto” e ragioni al Sindaco Orlando (!?). 

Ma facciamo un passo indietro, cominciando dal contenuto dell’opera, a quanto pare così indigesto e conturbante: “Minchia”. Ecco cosa si staglia con una scritta festosa nel cielo, con un approccio grafico indovinato, ad illuminare il noto quartiere popolare, così spesso abituato alle luci colorate di quei decori sospesi e, immaginiamo, anche alla frequentazione quotidiana con la parola oggetto della contesa. 

Altra informazione essenziale da dare, prima di passare alle opinioni, è che l’opera è sostenuta dal progetto Bridge Art e finanziata totalmente da un privato (Andrea Schiavo di H501), pur nell’ambito degli eventi collaterali di Manifesta12.

Passando ai pareri, invece, doveroso cominciare con quello dell’autore, di Fabrizio Cicero:
”Minchia” diventa una scritta luminosa - dichiara in un’intervista ad Artribune - un arco temporale, dove la parola risuona come eco del passato accogliendo ancora oggi stranieri e cittadini che lo attraversano. L’intermittenza fa da faro nella notte, un punto di incontro tra ieri e oggi, tra fuori e dentro. Quella che può sembrare un’operazione dissacrante e ingenuamente di rottura, è invece un piccolo, modesto inno al sacro”. Si tratta di “scrivere una parolaccia in cielo oppure riappropriarsi del senso più antico del sacro”, continua Cicero, “attraverso un’arte tra le più recenti, fin dalle origini associata alle celebrazioni religiose: il lumen simbolo di vita e di tensione verso la dimora celeste”.

Alessandra AgolaMa stavolta, prima di dirvi la nostra di umili putiari di provincia, abbiamo voluto scomodare una vera esperta sul campo, e per campo intendiamo la semantica del turpiloquio, Alessandra Agola, laureata in Comunicazione a Palermo, anche lei finita agli onori di cronaca per aver incentrato la propria (serissima) tesi di laurea intorno al termine “Suca”. Vista l'affinità tra i due termini può risultare utile indagare il bagaglio di significati collettivi che spingono tanti - artisti, writer ma anche semplici vandali - a scomodare un significante così passe-partout, oramai del tutto “altro” rispetto al significato d’origine. 
Ma simile è anche il clamore di questi giorni, che non può che ricordarle la sua esperienza nei giorni seguenti la discussione:

« Giorni frenetici, tra un’intervista e un’altra. Tutti volevano parlarne, tutti volevano saperne di più, ma soprattutto volevano sapere come mai una donna non abbia provato imbarazzo nel parlare di un tema così sconcio ed impudico in un contesto così aureo (e maschilista?). Molti articoli puntuali - ricorda Alessandra - e altri un po’ meno, avevano dato modo alla massa di confrontarsi con qualcosa che solo in quel momento era divenuto reale, autentico. Quelle scritte sui muri davanti cui si passa ogni giorno diventavano di colpo visibili agli occhi di tutti, perché qualcuno vi aveva puntato un bel fascio di luce, li aveva smascherati. 

Oltre alla visibilità personale, però, qualcosa di buono venne fuori anche allora.

Si cominciò - continua Alessandra - a parlare di significanti, di significati, di contesti e di dimensioni. Ci siamo accorti che ci sono fenomeni che ci contraddistinguono come popolo, che diventano identità collettiva grazie alla loro reiterazione nel tempo. Fenomeni linguistici che ci appartengono come ricette popolari di sana felicità, di rabbia e anche di frustrazione, di noia e di mille altre passioni. Si sa, il siciliano accorcia, non ha tempo da perdere.
Ciò che è avvenuto con l’opera “AIHCNIM” di Fabrizio Cicero ha seguito lo stesso meccanismo, sia per quanto riguarda il processo di evoluzione ed allargamento della sfera semantica, sia come processo di notiziabillità e la conseguente opinione pubblica costretta a misurarsi con il tema.
Senza scendere troppo in valutazioni artistiche, che non mi competono, mi sono piuttosto interrogata sulla parola che l’artista ha voluto innalzare al cielo, colorandola di luci che ad intermittenza la scagliano su quella che è l’accesso ad un percorso nel cuore del centro storico, via Alloro, a pochi passi dal quartier generale di Manifesta 12.
Giustamente Sgarbi si chiede come mai di tutto questo scandalo per qualcosa che ci appartiene, così intimamente collegata ai siciliani. E giustamente chiede come mai due pesi e due misure con due parole connesse non solo come significato originario, ma che seguono una linea evolutiva a tratti identica. Con la sola differenza, mi permetto, che una si trova già sulla Treccani.”
AIHCNIM è un’opera semplice, nelle stesse intenzioni dell’artista, a metà tra sacro e profano, tra celebrazione e quotidianità. Ed anche a metà tra pura decorazione e messaggio ambizioso. Nessuna provocazione di certo - ma davvero: dove sarebbe? - e persino nulla che meriterebbe tanto clamore, in un senso o all’opposto. 

Di certo la reazione di tanti benpensanti ci sembra un pessimo preludio al bilancio, che auspichiamo ben più approfondito e maturo, intorno all’eredità che sarà in grado di lasciare Manifesta, con le sue luci e ombre. E le sue luminarie.

Michele Spallino

Panaro

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